Centotrentacinquemila catanesi hanno lasciato l'ombra dell'Etna per le ombre di New York, per il sole di Melbourne, per i porti di Amburgo. Erano i sopravvissuti, quelli che ricostruivano dopo ogni eruzione, che capivano che distruzione e creazione danzano insieme.
I tuoi antenati catanesi vivevano con un occhio al vulcano, sapendo che la stessa lava che distruggeva arricchiva anche. Producevano vino da vitigni che crescevano nella cenere vulcanica, pescavano pesci dalle acque che un tempo turbavano i Ciclopi, costruivano e ricostruivano con un'alzata di spalle che diceva "cos'altro potremmo fare?"
Hanno portato questa resilienza ovunque: la capacità di ricominciare, di vedere opportunità nei disastri, di celebrare praticamente dal nulla. Il tuo sangue porta con sé quest'energia vulcanica, questa consapevolezza che la vita è preziosa proprio perché è precaria.
Una scatola di Catania vi porta i doni dell'Etna: pistacchi di Bronte che sanno di minerali e sole, miele che cattura i fiori selvatici che crescono nelle crepe della lava, pasta alla Norma che racconta l'opera di Bellini con melanzane e ricotta. Questa è eredità come geologia: stratificata, esplosiva, fondamentale.